Orecchiabile: Bentornati!

“Vlora”, di Filippo Femia, “STRANO Podcast” di Ame Ray e “LOUD” di Futuro Studios/Spotify

Ciao Orecchiabilinə,

Bentornatə su questi schermi! Non vi preoccupate, non commenteremo il fatto che *qualcosa* è ormai alle porte, che sta finendo eccetera, senza ricordarlo a chi se la sta ancora godendo e senza rompere le balle a chi non ha nemmeno mai iniziato. Noi comunque siamo tornatə, con le cuffiette nelle orecchie e felici di continuare a raccontarvi podcast da ascoltare.

Ritorniamo con “Vlora”, un podcast sulla storia del mercantile che arrivò a Bari nel 1991 carico di albanesi, recensito da Chiara. Giacomo invece ha recensito “LOUD”, sulla nascita del raggaeton e “STRANO”, un podcast dove si chiacchiera di cose bizzarre. Iniziamo?

Vlora, La Stampa 🇮🇹

Ci siamo lasciati i primi di agosto con il nostro suggerimento per l’uscita di questo podcast. Avevo ascoltato le prime due puntate in anteprima su richiesta dell’autore, poi ho chiuso a chiave il cassetto mentale dei podcast e sono partita per le vacanze senza riuscire a smettere di pensare al racconto di una storia che sembra di un’altra epoca, ma che è invece estremamente attuale. Lo sbarco della nave Vlora a Bari, carica di ventimila albanesi, infatti, aveva anticipato il tema delle grandi migrazioni. Poi, mentre ero tra gli ulivi di un agriturismo nel centro Italia, guardando le immagini di quello che accadeva all'aeroporto di Kabul, degli afgani che cercavano di fuggire aggrappati agli aerei, il pensiero è tornato al racconto della Vlora. Diverse sono le epoche e gli scenari politici, simile è la necessità di scappare da un determinato contesto.

Le cinque puntate del podcast sono un viaggio all’interno del viaggio: si inizia col racconto dello sbarco della nave e si finisce con le tristi (per la maggior parte) conseguenze per chi c'era sopra. In mezzo, c’è la voce di Filippo Femia, giornalista de La Stampa, che ci racconta la storia e mette in ordine i documenti audio dell’epoca e le interviste a Eva e Arthur, che erano sulla nave, al comandante della Vlora, all’ispettore di polizia che ne ha gestito l’arrivo al porto e a uno degli operatori televisivi arrivati sul porto per riprendere. 

Il racconto è lineare e procede a un ritmo costante, quasi a ricordare l’andamento della barca stessa. Nonostante ogni tanto Femia si lasci andare o alla narrativizzazione di alcune delle storie o delle immagini raccontate, il tono del podcast è asciutto e molto informativo, rimanendo molto aderente alla storia, in maniera simile a quello che accade  in molti documentari della televisione pubblica. Il suono, qui, non ha la funzione di ampliare quello che la voce vuole raccontare, ma resta solo di accompagnamento. Anche la sigla e le musiche infatti seguono il rigore stilistico del giornalismo tradizionale, e forse è proprio questo ad aumentare il contrasto tra la distanza di chi racconta la storia e l’emotività di chi l’ascolta in cuffia. 

In cinque episodi sono passata dallo stupore alla tristezza, dalla disperazione al pianto, sentendo la rabbia crescere per come lo Stato Italiano ha affrontato e gestito questa emergenza umanitaria. Insomma, ascoltare Vlora non è semplice, ma è estremamente utile per capire da dove veniamo, soprattutto per chi, quando tutto questo è accaduto, era troppo piccolo per ricordare.

🎧 Episodio consigliato: non si può che iniziare dalla prima puntata ma il quarto episodio, per me, è stato un colpo al cuore e forse quello che mi ha lasciata più inerme di fronte a quello che l’Italia ha fatto nei confronti degli albanesi.

🧁 Bonus: come spesso accade dopo aver ascoltato un podcast che non mi ha lasciata indifferente, ho cercato quante più informazioni possibili sulla nave Vlora e ho scoperto che Kledi Kadiu (sì, il Kledi di Amici di Maria de Filippi!) era uno dei ventimila sulla nave. Ha raccontato la sua storia, insieme ad altri tra cui Eva, nel documentario di Vicari, La nave dolce.

LOUD, Futuro Studios / Spotify 🇺🇸

Fino a qualche settimana fa nel dizionario Giacomese-Italiano sotto alla parola reggaeton avreste potuto trovare la seguente definizione: «musica brutta e senza senso, ascoltata da diverse tipologie di tamarro, soprattutto in situazioni di pseudo-entusiasmo estivo». Poi è arrivato LOUD, un podcast prodotto da Spotify sulla storia del reggaeton. Ora, non è che io mi sia trasformato all’improvviso in un irriducibile fan di Daddy Yankee, ma quantomeno ho smesso di fare una smorfietta di superiorità ogni volta che sento tum-pa-tumpa tum-pa-tumpa.

Ho sempre pensato al reggaeton come a un classico esempio di musica plasticosa, creata ad uso e consumo della massa e scevra di qualunque urgenza espressiva e ricerca musicale. Ascoltando LOUD ho invece scoperto quanto ricca e complessa sia la genesi di questo genere, nato dall’improbabile commistione di dancehall jamaicana, reggae panamense e hip-hop americano ed esploso nei quartieri popolari di Puerto Rico. La storia del reggaeton è quella di un genere che viene dal basso e che si afferma come musica resistente, raccontando, a modo suo, storie di emarginazione, povertà e discriminazione, prima di diventare un fenomeno pop planetario.

A guidarci nel viaggio è la regina del reggaeton Ivy Queen, che ha fatto breccia nel mio cuore, con il suo contagioso entusiasmo e con il suo continuo alternare inglese e spagnolo all’interno della stessa frase. Pur essendo un podcast inglese infatti,  buona parte delle brevi interviste che costellano la narrazione di LOUD sono in spagnolo, senza fastidiosi voice-over a tradurne il significato: il risultato è una narrazione che procede senza strappi e rispetta i racconti e l’uso della lingua di chi ci sta portando nel suo mondo. E dopo uno spaesamento iniziale funziona, oh se funziona.

Essendo un documentario musicale e un podcast di Spotify, c’è, ovviamente molta, moltissima musica ad accompagnare la narrazione, rendendo tangibile quello di cui si sta parlando e spingendo gli ascoltatori più influenzabili a sculettare inavvertitamente durante l’ascolto. Se siete ascoltatori di podcast di lungo corso, saprete che, per questioni di leggi sul copyright ferme al Mesozoico, è praticamente impossibile per un produttore riuscire ad avere i diritti su così tante canzoni senza doversi ridurre a vivere sotto un ponte, motivo per cui i podcast si sono storicamente fatti con pochissima musica. LOUD è una fantastica eccezione e un altro deciso, e godibilissimo, passo di Spotify nel suo piano di conquista delle vostre orecchie. 

🎧 Episodio consigliato: anche qui vi tocca iniziare dal primo. Datevi qualche minuto per raccapezzarvi nel mischione di lingue e non riuscirete più a smettere. Ad oggi sono usciti cinque episodi e altrettanti ne usciranno nei prossimi cinque mercoledì

🧁 Bonus: beccatevi cinque minuti del reggaeton degli albori, quando ancora era un misto informe e bellissimo di dancehall e hip-hop in spagnolo

STRANO Podcast, Ame Ray 🇮🇹

C’è stato un momento della mia vita in cui la mia curiosità mi ha spinto ad esplorare mondi diversi da quello che con molta poca originalità chiamerò qui mainstream. Ho scoperto l’esistenza di musica e libri i cui messaggi e sensibilità erano completamente diversi rispetto a quanto sembrava interessare alla maggior parte del mondo che mi circondava. Attraverso un pout-pourri di oggetti culturali ho iniziato a scoprirmi e a dare un nome alle emozioni che mi attraversavano e che spesso risultavano bislacche agli altri, mettendole al centro della mia vita invece di rinchiuderle in qualche polveroso cassetto.
Negli anni ho continuato a coltivare questa mia “stranezza”, trovando intorno a me persone che ne condividevano dei pezzi e, alla fine fine, trovando più o meno un mio posto nel mondo.

Tutto questo preambolo lo faccio per dirvi che anche io, come il titolare del podcast di cui magari ora finalmente vi parlo, mi sento spesso strano e che anche io, come i suoi ospiti, ho fatto di questa stranezza un elemento orgogliosamente fondante della mia personalità. In STRANO Ame Ray intervista persone che si sentono in qualche modo strane e che spesso hanno usato la sensibilità emotiva che da questo deriva per fare cose belle, tra musica, fumetti, libri, film e, ovviamente, podcast. 

Provo una particolare avversione verso i podcast di interviste, che spesso si trasformano in stucchevoli marchette a senso alterno e nella ripetizione di domande già ascoltate centinaia di volte. Non è questo il caso di STRANO, in cui si percepisce il genuino piacere che Ame e i suoi ospiti provano nel conversare, alternando il serio e il faceto e arrivando spesso a toccare temi molto intimi in maniera naturale, come accade nelle migliori conversazioni tra amici. Dato il nome del podcast, non mancano ovviamente domande fuori dai canoni, che fanno deragliare la conversazione in serissime discussioni sulla gingerofobia o su ipotetiche visite guidate dentro il codino di Steven Seagal.

Gli ospiti di STRANO poi, sembrano venir fuori dalla mia lista immaginaria di “persone belle che fanno cose interessanti”, toccando ciò che più amo tra quello che si muove nel sottobosco culturale italiano, in quell’ampio spettro di lacrimoni catartici e calci rotanti che va dai Fine Before You Came a I400Calci . Ultimamente poi, Ame si è messo a intervistare tutta una serie di personaggissimi della musica nordamericana, come Geoff Farina dei Karate e Chris Leo dei Van Pelt, portando il totale dei suoi punti scena a livelli irraggiungibili da noi comuni scribacchini.

È evidente come STRANO sia un podcast che porto nel cuore per ragioni personalissime, legate al mio vissuto e ai miei interessi, ma non è ovviamente solo questo il motivo per cui abbiamo deciso di parlarvene. STRANO è un podcast realizzato con cura e amore, attraverso cui esplorare il vissuto di persone speciali, disposte a mettere a nudo pezzi della loro vita per chi ha voglia di starle a sentire. Ascoltando Ame e i suoi ospiti celebriamo laicamente l’intima importanza della stranezza e quella che, in fondo, è la sua normalità.

🎧 Episodio consigliato: per una volta vi dico di partire dall’ultimo, in cui si parla della tristezza che colpisce alcuni di noi in estate

🧁 Bonus: Ame suona e sbregia nei Low Standards, High Fives. Oltre ad avere un nome oggettivamente bellissimo, lui e suoi compari fanno musica di gran gusto, tutta chitarroni struggenti e cori onesti da urlare sudati sottopalco 

🧁 Ri-bonus: se proprio il reggaeton non lo potete tollerare, appena prima delle vacanze Ame aveva messo insieme per noi una splendida strana playlist di musica estiva.

Bene, anche per oggi è tutto. Ora, srotolate i fili delle cuffiette e iniziate ad ascoltare! Seguiteci su Instagram e ricordatevi che potete trovare una puntata di ognuno dei podcast recensiti nelle nostre playlist Spotify, saggiamente suddivise tra italiano e inglese. E se vi va, condividete questa newsletter con qualcuno che pensate possa apprezzarla.

Un abbraccio,

Chiara & Giacomo