Orecchiabile: La tirannia della gioventù

“White Hot Hate”, “Tyranny” e “WILD”

Ciao Orecchiabilinə,

Eccoci eccezionalmente di venerdì, pronti per consigliarvi tre nuovi podcast da ascoltare che, ognuno a suo modo, raccontano certi aspetti della politica e, soprattutto, delle conseguenze che hanno sulla società e sulla cultura di un paese. Lo facciamo presentandovi tre podcast con uno stile narrativo, un tono di voce e un angolo di inquadratura molto diversi tra loro.

Giacomo la butta sul ridere con Tyranny, un podcast che racconta con un’ironia tutta sua, i tiranni della storia. Chiara parte fortissimo con White Hot Hate, un’inchiesta giornalistica sui suprematisti bianchi nel nordamerica tutta tensione e sgomento, per poi compensare con WILD, un podcast dolce, morbido e lacrimoso sulle vite di giovani adulti alle prese con quella cosa assurda che si chiama crescere, tra Covid, migrazione e ricerca delle proprie origini.

Prima di iniziare, come ormai di consueto, vi ricordiamo che le nostre liste dei podcast recensiti finora ( italiani e in lingua inglese) sono sempre felici di essere spulciate dai vostri ditini digitali.

Pronti, partenza, play!

White Hot Hate, CBC Podcasts 🇨🇦

Una delle mie personalità multiple da piccola voleva fare la giornalista, di quelle che rischiano la vita investigando su vicende misteriose e complesse per salvare il mondo a colpi di tastiera. È proprio quella personalità lì, che chiameremo Chiara n. 4, ad avermi supplicato di procedere con l’ascolto di White Hot Hate dopo averne ascoltato i primissimi minuti. Il podcast inizia infatti con il racconto di come un giornalista canadese, Ryan Thorpe, decida di nascondere i suoi tatuaggi sul veganesimo, rasarsi la testa e infiltrarsi in un gruppo di estrema destra della sua città, scaricandomi direttamente in gola una sensazione di adrenalina, paura ed eccitazione.

White Hot Hate è un podcast che racconta l’ideologia del suprematismo bianco e di come si stia diffondendo a macchia d’olio a livello internazionale, sotto diverse forme e organizzazioni, tutte con un obiettivo comune: creare caos e sovvertire il sistema attuale, per poi prenderne il controllo. Nelle sei puntate (l’ultima è uscita mercoledì) Michelle Shephard, giornalista esperta di sicurezza nazionale, fa un quadro preciso di tutto quello che è accaduto dal reportage di Thorpe in poi guidandoci in questo mondo di violenza e odio. Il primo episodio inizia con una registrazione fatta da Thorpe, nel momento immediatamente successivo al suo incontro con Patrick Mathews, un capoccia locale di The Base, un'organizzazione di estrema destra molto diffusa in nordamerica. Si sente Thorpe parlare affannato mentre corre cercando di mettere insieme le informazioni che ha sentito per novanta minuti e che non vuole rischiare di dimenticare. Il fiato è spezzato non solo dal ritmo della corsa ma anche dall’emozione del giornalista. 

L’impatto iniziale nell’ascoltare questo episodio è immediato e continua per tutto il resto delle puntate, in un crescendo di sgomento e disagio, fomentato dal racconto di Shephard e dalla sua capacità di contestualizzare e ricostruire la nascita e crescita del movimento. Una delle cose che più mi ha colpita, ascoltandolo, è proprio la clinica vivisezione di Shephard del movimento dei suprematisti bianchi: tolti i dettagli ideologici, il white power ha moltissimi punti in comune con altre forme di terrorismo e in particolare con quello di stampo islamico portato avanti da Al Qaeda e dall’ISIS. 

Non a caso, l’interesse e l’attenzione nei confronti di gruppi di estrema destra da parte della polizia e dei servizi segreti nordamericani è calata proprio all’inizio degli anni Duemila, con l’avvento del terrorismo di matrice islamica. Ma proprio negli anni precedenti, l’attenzione era invece incentrata sul crescente numero di attacchi terroristici da parte di gruppi di estrema destra o di stampo neonazista.

Ascoltare White Hot Hate è come farsi una doccia fredda nella cascata di idee terribili e grondanti odio che scorre a ciclo continuo nella testa di certe persone che, per quanto sia difficile da accettare, calpestano lo stesso suolo e respirano la nostra stessa aria.

🎧 Consigli di ascolto: date una chance alla prima puntata, e non riuscirete più a smettere.

🧁 Bonus: White Hot Hate è uno della trilogia di podcast lanciati da CBC questo autunno, tutti incentrati su una profonda analisi delle sottoculture della destra estrema. Gli altri due sono The Flamethrowers che racconta del ruolo della radio e di come ha aiutato a infiammare la destra populista e Boys Like Me che invece si focalizza sugli Incel e il misoginismo online.

Tyranny, Will Media 🇮🇹

Non so bene come sia successo, ma ho da sempre una particolare fascinazione per quei luoghi e situazioni in cui gli esseri umani sembrano perdere parte della loro razionalità, dimenticare tutte le regole di comportamento che gli sono state inculcate fin dall’infanzia e, in buona sostanza, perdersi in se stessi o in una qualche strampalata visione della realtà. Questa mia insaziabile curiosità mi ha portato, tra le altre cose, a essere un grande fan della fantascienza paranoide e distopica di Dick, a divorare storie di serial killer e sette varie e a infiltrarmi in un seminario delirante organizzato da un culto berlinese «così per vedere com’è». Al mio catalogo di “passioni a caso” mancavano però i tiranni e i loro particolarissimi tic. Certo, sono (come tutti?) un grande fan dei deliri partoriti da Kim Jong-un, il “Tiranno Meme”, e dalla sua amicizia con Dennis Rodman (proprio quello che giocava con Michael Jordan, coi capelli tutti pazzi e il look da modello di Balenciaga ante litteram). La mia personale tirannofilia però si fermava li. Per fortuna è arrivato il podcast di cui vi parlo oggi.

Tutto questo sproloquio è infatti per introdurre al meglio Tyranny, il podcast che si è dato il glorioso compito di raccontarvi le vite e le assurde opere dei tiranni di tutto il mondo. Tyranny è prodotto da Antonio Losito, autore per varie trasmissioni televisive ridanciane (Zelig, Mai Dire Talk, Una Pezza di Lundini), e da Will Media, il profilo Instagram che fa del signor giornalismo per gli zoomer. Will è anche il motivo per cui la vostra cugina adolescente è molto più informata di voi sulle politiche ambientali europee e sul vaginismo.

Tyranny si prende pochissimo sul serio e racconta le biografie dei tiranni ridendo delle assurdità di cui si sono ammantati durante le loro, spesso brevi, vite e dei deliranti annunci e policy a cui hanno sottoposto i loro “sudditi”. Negli otto episodi prodotti finora potete trovate la romantica womance (sì, “bromance” ha un corrispettivo femminile) condita di spese pazze e lauree ad honorem tra Elena Ceausescu e Imelda Marcos, la ricetta contro il COVID a base di vodka e trattori di quel bonario ragazzo di campagna di Lukashenko e la storia di Bucaram, l’uomo che ha conquistato l’Ecuador con salsa e travestimenti da Batman.

La scrittura di Losito è frizzantissima e ricorda in qualche modo lo stile della migliore Gialappa’s, con costanti riferimenti alla cultura popolar-sportiva degli anni Novanta. A fargli compagnia al microfono c’è Alessandro Tommasi, il fondatore di Will, che cerca di portare un po’ di serietà all’interno del podcast, finendo però spesso per essere relegato al ruolo di spalla comica che nulla capisce di come si comporta un Uomo Forte.

Tyranny ha anche un lato serio. In ogni puntata ci viene ricordato come secondo Freedom House dall'inizio della pandemia la democrazia si sia deteriorata in quasi la metà dei paesi del mondo, con la tirannia a tornare in voga anche in alcuni paesi europei. Ovviamente, e mi sembra assurdo doverlo puntualizzare, l’Italia non è tra questi. In questo contesto il podcast diventa un’analisi scanzonata di quello che veramente vuol dire vivere sotto una dittatura e un reminder che la democrazia non è cosa così poi scontata e che, forse, a furia di gridare “al tiranno, al tiranno” per futili motivi ce ne siamo un po’ dimenticati.

🎧 Consigli di ascolto: in attesa della puntata speciale su Steven Seagal e il suo amore per i dittatori dell’Est, il turkmeno Nyýazow è il centro della mia puntata preferita.

🧁 Bonus: prima del podcast, c’era @diventauntiranno, la pagina Instagram dove Losito ha iniziato a divertirsi con i tiranni.

🧁🧁 Ri-Bonus: Steven Seagal mangia carote insieme a Lukashenko

WILD, LAist Studios 🇺🇸 

Ogni tanto penso a com’ero quando avevo sedici anni e mi chiedo come io abbia fatto a sopravvivere fino a viverne più del doppio. Crescere è una delle cose più faticose al mondo, ed è forse per questo che a vent’anni ribolliamo di così tante energie da, per dirne una, non sentire in pieno inverno il freddo sui reni a causa di maglie troppo corte. Oggi c’è una nuova generazione di giovani adulti, nata tra la rivoluzione digitale e le peggiori crisi finanziarie/politiche/culturali degli ultimi decenni, che si mostra apertamente fragile, attenta, sensibile e orgogliosamente consapevole di sé. Certo, i ventenni di oggi continuano a non portare la canottiera come tutti i giovani adulti delle generazioni prima delle loro, ma hanno una consapevolezza di chi sono e da dove vengono che non ha precedenti. 

WILD cerca di far luce sul loro mondo, raccontando cosa significa crescere per i giovani adulti di oggi. L’autore, Erick Galindo, è nato e cresciuto a sud di Los Angeles, circondato da una comunità multiforme composta principalmente da famiglie di origine latina, asiatica, cubana, spesso emigrate verso gli USA in cerca di una vita migliore. La prima stagione del podcast, uscita quest’estate, è una capsula del tempo che ci fa entrare nelle vite di dieci ragazzə e delle loro storie fatte di immigrazione, crisi di identità, sindrome dell’impostore e ricerca del proprio posto nel mondo. E soprattutto di come le loro vite siano state stravolte, ancora una volta, dalla pandemia del 2020. 

Va subito chiarito che WILD non è il classico podcast messo insieme durante la pandemia e registrato in casa al volo tanto per passare il tempo. È un progetto nato prima dell’arrivo del COVID e risponde all’urgenza di Galindo di raccontare storie e origini di comunità come quella in cui è cresciuto e che non tutti conoscono. Per farlo, il podcast inizia e finisce con la sua storia personale, seminando orizzontalmente dettagli sulla sua famiglia e, verticalmente, dedicando ogni episodio alle altre storie. Ci sono Jenny Yang, comica asiatica che durante il lockdown ha prodotto uno show di stand up comedy girato direttamente su Animal Crossing, interviste a studenti alle prese con la didattica online, o ancora Sarah “La Morena” Palafox, una cantante nera messicana che ha partorito il suo secondo figlio durante la pandemia, nell’ospedale dove erano esplose le proteste per la morte di Eric Floyd, fino all’ultima puntata in cui Erick Galindo racconta di quando lui e tutta la sua famiglia sono stati contagiati dal virus. Tutti tranne il suo cane, portatore inaspettato di saggezza. 

WILD è una confezione di cioccolatini in formato audio, curato nel dettaglio da una produzione sonora fresca, creativa e mai scontata, con un involucro glitterato fatto di canzoni, sospiri al microfono e timbri di voce carichi di quella genuinità che hanno certe vite. È un abbraccio sonoro confortante che accompagna le orecchie nell’esplorazione delle vite degli altri, tra sorrisi, lacrime e destini beffardi, per arrivare, alla fine, a ritrovarsi abbracciati a sé stessi. Ascoltare WILD aiuta a volersi più bene e a proteggersi da quello che ci ha riservato la vita mentre eravamo impegnati a crescere. È come decidere di mettersi la canottiera quando arriva il primo freddo, che poi se fanno male i reni son dolori.

🎧 Consigli di ascolto: ogni puntata è un micromondo di tenerezza e sul sito del podcast sono disponibili le trascrizioni. Se volete piangere e sorridere e poi piangere andate dritti con quella dedicata a Sarah “La Morena” Palafox. Se volete titillare le orecchie, How Do I Love Someone? di Megan Tan è quella che fa al caso vostro. 

🧁 Bonus: Megan Tan è la senior producer di questo podcast e nel 2020 è stata nominata “Best Producer of the Year”. Il suo primo podcast (2014) è stato Millennial, documentary memoir e gran successo di Radiotopia e, tra le altre cose, è tra i producer di The Habitat, il primo podcast che vi abbiamo consigliato nel primo numero di Orecchiabile e che resta uno dei miei preferiti di sempre.

🧁🧁 Ri-bonus: se vi interessa capire un po’ di più questa cosa dei giovani adulti, vi consiglio il TedX della dottoressa Stefania Andreoli: Un vento che spezza.

⏭ Orecchie a 2x:

Nel mondo dei podcast accadono cose un po’ in continuazione e non sempre riusciamo, per motivi di spazio, tempo o (addirittura) linea editoriale, a segnalarvi tutto quello che vorremmo. Quindi eccovi un po’ di notizie fresche fresche in poche comode parole:

  • Fino al 29 novembre a Roma c’è la rassegna “Invisibile” curata da Federica Manzitti al Teatro Valle. Ogni sera è possibile ascoltare un podcast o un audio documentario accuratamente selezionati. Tra le altre cose ci sono Everything is Alive di cui vi avevamo già parlato, un mini audio documentario di Jonathan Zenti e audio documentari di Tre Soldi. Qui il programma completo. Per chi non riesce ad andare, avete comunque dei suggerimenti per cose bellissime da ascoltare.

  • I podcast true crime e i supermercati hanno in comune molto più di quello che pensate. A partire dai suoni, per esempio, come raccontato da questo pezzo comico che, va detto, troviamo geniale: Are You Listening to a True Crime Podcast or Floundering at the Automated Supermarket Checkout?

  • Guardate la seconda foto di questo post e chiedetevi insieme a noi: ne abbiamo davvero bisogno? Potrebbe andare benissimo come malissimo, noi in ogni caso abbiamo le orecchie pronte all’ascolto.

Bene, anche per oggi è tutto. Ora, srotolate i fili delle cuffiette e iniziate ad ascoltare! Sentiamoci su Instagram e se vi va, condividete questa newsletter con qualcuno che pensate possa apprezzarla. 

Mettetevi la canottiera!

Chiara & Giacomo