Recelunghe: The Habitat Podcast

vita su Marte (più o meno)

Perseverance è atterrata con successo su Marte, trovando anche il tempo di farsi un selfie, ma il tempo in cui toccherà a un essere umano è ancora lontano. La NASA, infatti, prevede di spedire il primo team di astronauti intorno al 2028 e sono ormai anni che si sta attrezzando con programmi speciali, studi e ricerche.

In particolare, il NASA Human Research Program finanzia un programma che studia la resistenza fisica dell’uomo in condizioni ambientali estreme e osserva le dinamiche comportamentali di gruppo nel contesto di una spedizione nello spazio. Si chiama HI-SEAS, ha sede nell’isola maggiore delle Hawaii, precisamente vicino al vulcano Mauna Loa e organizza missioni verosimilmente spaziali.

Di cosa parla?

Il podcast The Habitat, prodotto da Gimlet Media, una delle case di produzione più di successo negli Stati Uniti, ha seguito proprio una di queste simulazioni, quella avvenuta tra l’estate del 2015 e del 2016. L’esperimento prevedeva che i sei volontari vivessero in tutto e per tutto come se fossero su Marte: avevano scorte di cibo liofilizzato e pochi minuti contati per il getto della doccia (fredda ovviamente). Potevano uscire dall’astronave solamente muniti dell’apposita attrezzatura e le comunicazioni con l’esterno avvenivano con venti minuti di ritardo, esattamente quello che ci sarebbe se fossero stati davvero su Marte. L’autrice del podcast, Lynn Levy, ha seguito i sei volontari per tutta la durata dell’esperimento, scambiando con loro email ma soprattutto registrazioni audio. Ogni membro dell’esperimento, infatti, aveva con sé un registratore che era invitato a utilizzare come audio diario.

La forza della narrazione è data proprio dalla modalità con cui gli autori hanno raccolto il materiale audio su cui poi si impiantano tutti e sette gli episodi. Il registratore, dato in mano ai volontari, li lascia liberi di decidere cosa raccontare e come farlo. Tra drammi esistenziali, fastidi da convivenza forzata, relazioni sentimentali e imprevisti, la forza della narrazione è data dalla capacità degli autori di raccontare la vita nella sua umanità più intima senza mai scadere nell’effetto Grande Fratello. Le musiche e il sound-design danno ritmo alla narrazione, aggiungendo un’ulteriore linea narrativa, fatta di suspence e universalità delle emozioni, grazie ai suoni dai rimandi spaziali.

Come si fa la cacca nello spazio? Come sopporti per otto mesi una persona che ogni domenica mattina fa una cosa che ti da enormemente fastidio? Oppure: come racconti una notizia molto brutta a una persona che si trova (più o meno) su Marte e non può tornare? Ma, soprattutto: chi si innamorerà di chi? (o almeno, queste sono alcune delle domande che mi sono fatta mentre lo ascoltavo, e che hanno ricevuto soddisfacenti risposte).

Quanto dura?

Sette puntate di circa venti minuti ciascuna, più una bonus. La durata del podcast è perfetta per il tragitto casa-lavoro (se qualcuno ancora lo fa), o per una passeggiata intorno casa, tra una call su Zoom e l’altra. Non so se lo farà anche a voi, ma i podcast che ascolto, come la musica, diventano parte dei ricordi di un certo periodo della mia vita. A The Habitat sono molto legata, perché quando è uscito, nell’aprile del 2018, mi ero appena trasferita a Berlino e mi sentivo un po’ come se fossi atterrata su Marte. Ho ascoltato questo podcast i primi strani giorni in una nuova città quando la mattina salivo sulla U3, la metro che passa sul ponte di Warschauer e unisce la Berlino Est alla Berlino Ovest, per andare al lavoro. Venti minuti di commute (come piace dire agli inglesi) in cui, sospesa sull’acqua della Sprea, osservavo la novità intorno a me come un’astronauta in assenza di gravità.

Quattro ragioni per ascoltarlo subito

  1. In una puntata è coinvolto Morgan Freeman. Avete presente quanto è bella la voce di Morgan Freeman?

  2. Se siete genuinamente interessati alle dinamiche di gruppo ma il Grande Fratello Vip o L’Isola dei Famosi non sono abbastanza

  3. A un certo punto viene intervistata Kim Binsted, scienziata dell’università delle Hawaii, responsabile della simulazione, che ha un cane di nome Cosmo (e abbaia molto).

  4. La colonna sonora dei titoli di coda: quasi ogni episodio termina con una cover di Space Oddity di David Bowie. Mai stato così bello ascoltare i credits finali.